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4 Octobre 2010 09:30 | Ajuntament. Saló de Cent

Barcellona 2010 - Intervento di Filipp


Filipp


Archevêque orthodoxe, Patriarcat de Moscou

L’ascesi della povertà: responsabilità  e preghiera
Relazione alla tavola rotonda «I poveri sono il tesoro della Chiesa»
3–5 ottobre  2010, Barcellona, Spagna

La povertà è maestra alla devozione
San Basilio il Grande

Eminenze ed Eccellenze,
Stimatissimi padri, fratelli e sorelle,
Signore e signori, amici!

Sul fatto che i poveri siano davvero il tesoro della Chiesa è già stato detto molto. Dalla Sacra Scrittura, così come anche dalle opere dei Santi Padri e dei maestri della Chiesa noi impariamo non soltanto ad amare i poveri e a fare loro del bene, ma anche a stimarli come un tesoro che ci è stato donato da Dio stesso. San Gregorio di Nissa proclama a proposito dei poveri: «Non disprezzarli come inutili. Pensa a chi sono e troverai il loro valore…Essi sono coloro che custodiscono il tesoro dei beni attesi, i portinai del Regno, che aprono le porte ai buoni e le chiudono ai violenti e ai nemici dell’uomo. Essi sono anche forti accusatori e buoni difensori… Poiché ciò che è fatto per loro si appella al conoscitore dei cuori in maniera più intelligibile di qualunque messaggero. Grazie a loro ci è anche indicato il Giudizio universale dai messaggeri di Dio».

Peraltro, la povertà si diffonde sempre più. 

Nonostante la crescita dell’economia, la povertà si fa conoscere, soprattutto nella sua forma più terribile, la povertà dei bambini. Esistono paesi dove, nonostante il livello di reddito nazionale piuttosto elevato, si mantiene un alto livello di povertà.

Ma la comunità mondiale fa tutti gli sforzi per combattere contro la povertà; proprio la povertà costituisce in molti casi la giustificazione ai processi di globalizzazione, di integrazione. Secondo la testimonianza di autori contemporanei, le riforme dell’economia, e i processi di globalizzazione in generale, hanno un influsso sulla povertà in maniera tutt’altro che univoca, diversamente da come ci si immaginerebbe a un primo sguardo. E’ sufficiente notare come ogni crisi finanziaria incida prima di tutto proprio sui poveri, mentre il vantaggio loro arrecato da tutti i processi di integrazione dipende in gran parte da condizioni non sempre realizzabili.

I pensatori di tutti i tempi e di tutti i popoli hanno cercato di trovare una via di liberazione dalla povertà. Ma già Rousseau nota l’esistenza di due tipi di disuguaglianza: naturale e indotta; precisamente la seconda costituisce l’oggetto della  preoccupazione di filosofi e politici. Tutti gli uomini sono uguali per la loro umanità, e perciò le cause non naturali di disuguaglianza devono essere rimosse dalle forze dell’uomo.

E’ evidente che anche la disuguaglianza materiale ha alla sua base cause sia «naturali» sia indotte. E una ragione estranea alla Chiesa, riflettendo su Dio, senza volere si inciampa sul problema della povertà. Se Dio c’è, e c’è la naturale uguaglianza degli uomini, significa…che la povertà è sanzionata da Dio? Ciò è evidente, tanto più che anche nella Bibbia è detto: «Poiché i bisognosi non mancheranno mai sulla terra, allora io ti do questo comando e ti dico: “Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra”» (Dt. 15, 11). 

Dunque la povertà è «stabilita» da Dio?

La teodicea non costituisce il fine della mia relazione di oggi. Tuttavia san Basilio il Grande nota che «non perché Dio stesso non sia in grado di sfamare i poveri, li ha affidati a noi; ma nel servizio esige da noi verità e frutti d’amore per il prossimo».

Anche io, come pastore, non posso non vedere il significato particolare della povertà per i poveri stessi, e perciò dirò alcune parole sul ruolo della povertà per il povero stesso, su quale tesoro spirituale costituisca la povertà per colui che ne è il portatore.

Un certo saggio osservò: Il diavolo cerca di volgere ogni bene in male; Dio, invece, anche dal male trae qualche bene. E la povertà può essere utile e salvifica per il povero stesso. Ma in che modo?

In primo luogo, essa è utile in quanto il povero contribuisce all’opera di salvezza di molti. La Chiesa, in particolare, non ha mai affrontato le questioni di trasformazione sociale per la completa liquidazione della povertà, ma proprio la Chiesa è sempre stata glorificata dalle opere di carità. Combattere contro la povertà è una questione di ogni persona per bene, in particolare di chi è benestante, o di chi è investito del potere. 

La tentazione della lotta contro la povertà quale fine superiore del servizio è pericolosa. La Chiesa compie il servizio della carità, e con questa carità si giustifica il servizio ai poveri; nel caso contrario la Chiesa, in primo luogo, può semplicemente essere simile a un’organizzazione che presta aiuto umanitario o sociale; in secondo luogo, esortando a compiere il bene, la Chiesa vede dietro al povero Cristo, il quale pure riceve l’elemosina. Infine, invitando a compiere il bene, la Chiesa ricorda a ciascuno che l’uomo riceve tutto da Dio; perciò, dando al povero una parte del «proprio», l’uomo effettivamente amministra soltanto ciò che gli è dato da Dio, non i suoi beni personali. Il santo martire Pietro Damasceno scrive: «E’ misericordioso colui che dona al prossimo ciò che egli stesso ha ricevuto da Dio: denaro, o cibo, o forza, o una parola buona, o una preghiera, la grazia a chi gliela chiede, se ha la possibilità di concederla, ritenendosi debitore, poiché ha ricevuto più di ciò che da lui si esige. E, pensando che si è meritato, al pari di Dio, di essere chiamato misericordioso dinnanzi all’intera creazione, e ciò viene da Cristo, e nel secolo presente e nel prossimo; e che attraverso il fratello Dio gli chiede di farsi anche suo debitore. Il povero può restare vivo anche senza colui al quale chiede, ma questi, senza essere misericordioso se ne ha la possibilità, non può restare vivo o salvarsi: poiché se non vuole avere misericordia verso uno simile a sé per natura, come potrà chiedere a Dio di avere misericordia di lui?».

Il bene trasfigura l’anima di chi lo compie. Il santo martire Cipriano di Cartagine testimonia: «Chi non sarà caritatevole, non potrà meritare la carità di Dio...», e «chi, mosso a carità, è pronto ad aiutare i poveri, riceverà in contraccambio un tesoro nei cieli».

Dunque, il povero serve all’opera di salvezza del prossimo. Accogliendo l’elemosina (in forma sia di aiuto organizzato, sia di singola elemosina), il povero aiuta l’uomo misericordioso che la dà a perfezionarsi spiritualmente. Perciò, quando abba Arsenij ricevette una qualche elemosina disse: «Ti ringrazio, Signore, che mi hai reso degno di ricevere l’elemosina nel tuo nome!».

Il povero stesso, accogliendo l’aiuto, compie la più importante ascesi di responsabilità e di preghiera. Egli si sente debitore, e, poiché l’aiuto è prestato nel nome di Cristo, verso Cristo egli indirizza le sue preghiere, affinché Cristo, che ha comandato di essere misericordiosi, dia la ricompensa celeste a ogni benefattore. 

E’ interessante, come nell’ambiente dei poveri dell’antica Rus’ vi fosse tale tradizione: per ogni carità ricevuta il povero era obbligato a fare 40 inchini fino a terra con una preghiera per il suo benefattore. Colui che prendeva soltanto il denaro senza pregare per la brava persona, era ritenuto non un povero, ma un ladro. Questo esempio esprime bene il senso di come la povertà contribuisca alla preghiera. L’umile sentimento della propria dipendenza dall’aiuto degli altri educa anche all’evangelica «povertà di spirito» (Mt. 5, 3) e all’acuto sentimento dell’aiuto di Dio. Tutto questo, probabilmente, intendeva san Giovanni Crisostomo dicendo: «Non lamentarti della povertà, perché la povertà ti dà la grande  possibilità di acquistare il cielo». 

Ricevendo denaro non guadagnato, la persona povera impara a ragionare spiritualmente e una particolare accortezza. Il denaro donato non può essere utilizzato per il male «determinato»: chiunque utilizza l’aiuto ricevuto insensatamente o, ancor peggio, ingiustamente subisce la punizione del ladro, in quanto ruba ciò che non gli appartiene.

In generale, quando si compie il bene si prova la particolare presenza vicina di Dio. Ricordiamo soltanto uno dei racconti di come Cristo in maniera evidente è presente nel miracolo del bene compiuto: «Un uomo, che viveva a Costantinopoli, era straordinariamente misericordioso verso i bisognosi. Quando camminava per le strade della città, lo seguiva sempre un gran numero di poveri, ed egli a ognuno di essi metteva in mano l’elemosina. Il suo amico più caro un giorno gli chiese: “Che cosa ti ha costretto a essere così misericordioso?”. Egli rispose: “Una volta, quando ero un ragazzo di dieci anni, sono entrato in chiesa. Da uno starec, che ammaestrava il popolo, ho sentito dire che chi dà al povero mette la sua elemosina nelle mani di Cristo stesso. Io non ci ho creduto e ho pensato: “Cristo adesso siede alla destra del Padre in cielo, come può essere sulla terra e ricevere ciò che si dà ai poveri?”. Tornando a casa con tali pensieri, vidi ad un tratto un povero, sul quale era chinato il Signore Gesù Cristo. Provai terrore. E che cosa vidi dopo? Quando uno dei passanti diede del pane al povero, Cristo stesso prese quel pane e benedisse chi lo aveva dato. Vedendo tale miracolo, io credetti che davvero chi dà al povero dà a Cristo stesso, e da allora per quanto mi è possibile distribuisco l’elemosina”».

Chi riceve l’elemosina impara l’umiltà e, più in generale, l’accettazione stessa dell’elemosina è già un atto di umiltà e di responsabilità: riconoscersi povero, vedere in chi dà la mano di Dio e, dopo avere superato un falso senso di «dignità umana» che è orgoglio, accogliere l’elemosina.

In generale, anche ogni bene [fatto] è elemosina, poiché elemosina è ciò che non è guadagnato, non è meritato, ma è ricevuto gratuitamente. L’apostolo Giacomo osserva: «Ogni buon regalo [δόσις] e ogni dono [δώρημα] perfetto vengono dall’alto» (Gc. 1, 17). Tutto il bene nella vita umana è benevolenza di Dio e perciò chi è povero impara a percepire questo in maniera acuta e vitale. 

Il povero impara anche la pazienza – e proprio i poveri talvolta hanno raggiunto le altezze della santità nella pazienza della povertà e della gratitudine a Dio. Così, nell’antico paterik [antologia dei santi padri] vediamo il sorprendente racconto di un povero che, sdraiato mezzo nudo sulla terra, ringraziava Dio: «Ti ringrazio, Signore! Quanti ricchi adesso si trovano in prigione, stretti dai  ferri, mentre altri hanno le gambe legate a un albero… E io, come uno zar, posso stendere le gambe, posso andare dove voglio».

Dunque, la persona povera, accogliendo la povertà come un’azione della Provvidenza, e le persone misericordiose come strumenti della Provvidenza di Dio, ha la ricompensa da Dio ed è reso degno del Regno dei Cieli. Sant’Efrem il Siro testimonia:  «Il misero abito, con il quale ti sei vestito, ti prepara una veste luminosa».

Perciò san Giovanni Crisostomo così parla dei poveri pii: «…L’anima del misero…risplende come oro, brilla come una perla, fiorisce come una rosa. Essa non è toccata né dalla tarma, né dal ladro, né dalle preoccupazioni quotidiane. I miseri vivono proprio come gli angeli...L’anima del misero non comanda agli uomini, ma comanda ai demoni; non sta davanti all’imperatore, ma sta davanti a Dio; non combatte con gli uomini, ma combatte con gli angeli; non possiede uno, due, tre, venti bauli, ma possiede una tale abbondanza che il mondo intero non la contiene. Essa non possiede tesori, ma possiede il cielo; non ha bisogno di schiavi, ma, al contrario, essa è schiava di pensieri che hanno potere sugli imperatori. Il pensiero che domina colui che è vestito di porpora ha così paura del povero, che non osa alzare i suoi occhi. Volutamente il misero se la ride della corona imperiale, dell’oro e di tutte le cose simili, come fossero giocattoli di bambini. Tutte queste cose gli sembrano spregevoli, come fossero trottole, dadi, freccette, palloni. Esso possiede un tale ornamento che coloro che si divertono con questi giochi non possono neppure vedere». 

Perciò il Dio misericordioso consente di vivere nella povertà, in quanto il povero già nella vita terrena può essere felice e perfetto, e nella vita futura essere degno della comunione eterna con Dio.

Noi ascoltiamo in umiltà le parole della Scrittura: «Poiché i bisognosi non mancheranno mai sulla terra, allora io ti do questo comando e ti dico: “Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra”» (Dt. 15, 11), parole che con nuova forza sono ripetute anche nel Nuovo Testamento: «I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc. 14, 7). Tuttavia in questo punto Cristo parla dell’importanza che ha fare la volontà di Dio, ma questo è già il tema di un altro discorso. 

Ringrazio per l’attenzione.


Barcelona 2010

Mensaje
del Papa
Benedicto XVI


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