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10 Septiembre 2012 09:30 | Muslim Madresa (Gazi Husrev-begova medresa)

intervento di Antonio Ferrari



Antonio Ferrari


Periodista del "Corriere della Sera", Italia

Caro Enric Juliana,

permettimi di rivolgermi a te per cominciare questo mio breve intervento sul nostro amato Mediterraneo. Sì, il sogno di ritrovarci tutti, sponda nord e sponda sud, a parlare del Mare Nostro, a dirci con franchezza che cosa dobbiamo fare per crescere e migliorarci, e quali sono gli errori da evitare, è nato proprio nella tua Barcellona.

   Dopo un primo fondamentale appuntamento spagnolo a Madrid, alla fine del 1991, quando per la prima volta si ritrovarono, attorno a un tavolo, nemici giurati ma volonterosi e desiderosi di conoscersi, dando corpo finalmente a quel processo di pace sul Medio Oriente che allora sembrava possibile-un sogno realizzabile, appunto- e che oggi è come svanito, venne appunto dalla tua Barcellona. La conferenza multilaterale era il sigillo di una nuova speranza. Una speranza poliedrica: rafforzare l'Unione europea dando corpo, voce e autorevolezza al suo Meridione; avvicinare le due sponde del Mediterraneo nel nome dell'amicizia, del dialogo, della collaborazione, della cooperazione; cercare i tratti fondamentali di una storia comune, che per secoli abbiamo condiviso; alimentare ed esaltare una solida e comune cultura, pur riconoscendone e rispettandone le differenti espressioni.

    Era bello, amici, non soltanto sognare in grande, ma sapere che il sogno-progetto stava davvero diventando realtà. Un grande intellettuale Predrag Matvejevic, che è nato non lontano da qui, nella vostra dolce Mostar, da madre di etnia croata e da padre russo, ha esaltato il Mediterraneo, luogo di incontro e di incontri, con rara maestria. E con una passione straordinaria ha cercato di raccontare in un libro la storia ge-opoetica del nostro Mare. Il libro s'intitola  "Breviario Mediterraneo". Passai una serata con Predrag, a Napoli, durante una conferenza sul Medio Oriente e per tutta la sera, durante una cena che speravo non finisse mai, mi parlò dettagliatamente del nuovo libro che stava per scrivere, e che ha un titolo struggente: "Pane nostro". Sì, proprio il nostro irrinunciabile alimento, perchè sono tanti i pani che si preparano ogni giorno nei forni delle città e dei villaggi, insomma in tutti i Paesi che si affacciano sul nostro Mare. E ogni tipo di pane ha la sua storia, la sua cultura, la sua grandezza, il suo dettare i ritmi vitali di ogni popolo.

    Credo di aver visitato quasi tutti i paesi del Mediterraneo, cercando di comprendere la loro storia e soprattutto i differenti caratteri della gente, accostandone e magari annodandone i comuni destini. Probabilmente non ci sono riuscito, anche perchè l'obiettivo era troppo ambizioso. Trovare insomma, al di là degli egoismi nazionali, delle differenze ambientali, un convincente comune denominatore tra tanti Paesi. Eppure quel comune denominatore esiste. Ne sono sicuro. Il Pane di Matvejevic me ne ha offerto un esempio. Ma ve ne sono sicuramente molti altri. A volte penso che le promesse di Barcellona, vent'anni dopo, non siano state lanciate invano. Probabilmente, allora vennero vissute sull'onda dell'entusiasmo, che qualche volta non è buon consigliere. Oggi, che tutto è più difficile, oggi che abbiamo una crisi economica che obbliga noi della sponda nord a rinunciare a una parte dei nostri privilegi e i popoli della sponda sud del Mediterraneo a soffrire ancor più per la diminuzione degli aiuti della cooperazione, oggi- come dicevo- potrebbe essere persino più facile guardarci negli occhi e- nel nome di una nuova solidarietà e con rocciosa volontà-riprovarci. Con serenità, senza presunzione, anche perchè tutti-chi più chi meno-siamo diventati più poveri.

   Nel sud del Mediterraneo sono nate le tre grande religioni monoteiste. Qui è nata la grande civiltà greco-romana, che in realtà, come scriveva Spengler, è l'unica rimasta, in attesa ovviamente di quelle future. Sto parlando di civiltà ovviamente, non di culture.

 A volte penso a cosa sarebbe diventato il sud dell'Europa, se nell'Unione -con lungimiranza-fosse stata accolta la Turchia, come tanti di noi speravano. Lungimiranza, dicevo, perchè una Turchia membro effettivo dellUnione europea ci avrebbe indubbiamente arricchito e avrebbe consentito di bilanciare molti egoismi nazionali, e qualche cecità. La Turchia ci avrebbe aiutato insomma a contenere, nel nuovo equilibrio che si sarebbe creato, quella che a volte percepiamo come l'arroganza del nord-Europa.

 

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